Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti al servizio news offerto gratuitamente dalla redazione di News Cattoliche, in questo modo riceverai un avviso ogni qual volta pubblicheremo una notizia.

Benny Lai decano dei Vaticanisti

Edizione del: 10 novembre 2013

Il decano dei Vaticanisti oggi è sicuramente il giornalista Benny Lai, 88 anni, ex militante del Pci, unico giornalista ad aver raccontato ben cinque conclavi: elezioni di Giovanni XXIII – Paolo VI – Giovanni Paolo I e II – Benedetto  XVI.

Giornalista professionista dal 1946, vaticanista dal 1951, come dimostra il tesserino di ammissione alla Sala Stampa Vaticana, controfirmato dall’allora Sostituto alla Segreteria di Stato, Mons. Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI.

“Era il 1950 – racconta – vivevo a Roma, non avevo soldi, e non avevo ancora un giornale dove lavorare. Federico Alessandrini, direttore del Quotidiano, il giornale dell’Azione Cattolica e poi vicedirettore de L’Osservatore Romano, mi notò e mi chiese se mi volevo occupare di Vaticano. Gli dissi che io non sapevo neanche che cosa fosse. Cominciai a scrivere che i giornalisti che seguivano il Vaticano erano “vaticanisti”, senza sapere che lo stesso termine era stato usato molti anni prima da Crispi per definire coloro che abitavano nei palazzi vaticani”.

Benny Lai frequenta il Vaticano, e i suoi monsignori, vescovi e cardinali, da oltre 60 anni.

“Ero giovane, fino a quel momento avevo seguito la politica a Montecitorio. Mi resi conto che la Sala Stampa Vaticana chiudeva alle due del pomeriggio. Ciò significava avere sempre le sere libere. E per me che non ero certo immune da certe tentazioni delle nottate romane, andava benissimo”.

All’epoca la Sala Stampa era uno stanzone in via del Pellegrino, la via dei sarti di Roma, con un lungo tavolo nero per la lettura dei giornali, due cabine telefoniche e un angolo riservato all’usciere.

“Via del Pellegrino era l’antica strada dei pellegrini verso San Pietro, vicino Campo dei Fiori, ed era stata voluta apposta fuori le mura vaticane da Paolo VI, che non voleva giornalisti che scorrazzassero in giro per il Vaticano. Mentre invece Giovanni XXIII li incontrava volentieri”.

L’esigenza di una Sala Stampa arrivò nel 1939 con la morte di Pio XI, Papa Ratti, il Papa dei Patti Lateranensi, per soddisfare le numerose richieste dei giornalisti italiani ed esteri circa le cerimonie del conclave.

Da allora molto è cambiato.

“Si andava a prendere il caffè insieme ai monsignori della Segreteria di Stato – ricorda Lai – non c’erano tessere, passi, controlli, Gendarmerie. E noi corrispondenti accreditati sempre presenti, eravamo appena quattro o cinque”.

Nel corso dei decenni, e dei Papi, è cambiato l’approccio con i media: Pio XII, Papa Pacelli, che teneva particolarmente alla privacy, non vedeva di buon occhio la stampa e che non voleva che si sapessero i fatti suoi al di fuori delle mura vaticane.

“Una volta, negli anni Cinquanta, un nostro collega scrisse che il Papa alle ore 17, quando era a Castel Gandolfo, sentiva passare il trenino e si affacciava perché nel silenzio questo rumore si notava. Quando Pio XII lesse il giornale reagì: ‘Come oggi sanno questo particolare possono sapere anche altri particolari della nostra politica e diplomazia: puniteli’, sentenziò” .

Un altro aneddoto riguarda la morte di Giovanni XXIII del 3 giugno 1963: “Fuori, nella piazza e in tutto il mondo la gente seguiva con trepidazione, piangeva, pregava. Noi, in Sala Stampa Vaticana eravamo rinchiusi lì da tre giorni: avevamo bivaccato ininterrottamente, giorno e notte. L’annuncio fu accolto da un grido liberatorio, motivato dalla carica e dalla tensione accumulata in quella clausura”.

Tra l’attuale direttore dell’Osservatore Romano Vian e i suoi predecessori  dice che la differenza “è abissale”. Non è una questione di “qualità” ma di “forma e per certi versi di sostanza”. “Il più grande direttore dell’Osservatore fu Giuseppe Dalla Torre. Guidò il giornale vaticano dal 1920 al 1960. Quando c’era lui nella redazione di via del Pellegrino c’era sempre silenzio. Non si poteva parlare, tirare fuori idee, concetti personali. Non erano ammesse, insomma, contrapposizioni come si verificano ad esempio oggi tra Vian e il suo vice, Carlo Di Cicco. Quando Dalla Torre si apprestava a scrivere un pezzo tirava fuori un bavaglino di carta. Se lo metteva al collo e cominciava serio e silenzioso a battere sulla macchina da scrivere. Nessuno poteva fiatare. Il suo Osservatore non aveva idee. Era la voce del Papa messa su carta”.

“Adesso abbiamo anche il corvo. Una storia buffa. Perché è fumosa, improbabile, astratta come qualunque verità circoli in Vaticano. Ratzinger è debole, solo, chiuso nella sua torre, circondato da nemici che lui non riesce a vedere. Le cronache lo confermerebbero. Questo pontificato, a differenza di tutti quelli che si sono succeduti da Pio XI in poi, ha tratti assolutamente singolari. Non c’era Papa che per scegliere i propri collaboratori non attingesse regolarmente alla Segreteria di Stato, da Casaroli a Pacelli. Con Ratzinger è accaduto altro. Ha messo i suoi amici. Ovunque. Prenda Bertone. Ha quasi ottant’anni. Ratzinger ha preteso che sull’Osservatore Romano venisse pubblicata una lettera che lo invitava a rimanere. A 80 anni bisogna andar via, voler restare anche a dispetto dei santi provoca invidia. Angelo Sodano. Un uomo pieno di difetti che aveva saputo però governare con perizia il Vaticano. Ratzinger ha scelto Bertone e lui ha dato fuoco al braciere. Lotte interne, favoritismi. Piccole ripicche. Un secondo prima di essere destituito, Sodano ha messo il suo segretario particolare, Monsignor Pioppo, a Prelato del Sant’Uffizio cacciando De Bonis. Il Prelato in carica ai tempi di Marcinkus. Sempre lì si torna. Perché il potere dello Ior non rispondeva a nessuno, neanche al Papa, soprattutto all’epoca di Woityla. Lo Ior non ha a che fare con il governo della Chiesa. È solo l’istituto che senza controlli, dava soldi al Pontefice. Non sempre in modo lecito. Anzi”.

“Le dimissioni di Gotti Tedeschi non mi hanno stupito neanche un po’. Si sapeva da tempo. Gotti Tedeschi era l’uomo di Giovanni Maria Vian, il direttore dell’Osservatore Romano. Un tempo era impossibile incontrarlo se a fianco, non aveva lui. Poi è stato abbandonato. Si è sempre occupato di strane manovre economiche, Gotti. Di lavori scomodi, che altri gli delegavano e lui eseguiva in silenzio. Ora, evidentemente, non serviva più. Gotti Tedeschi ha dato per anni battaglia in perfetta coincidenza di intenti con Bertone. Ora se ne è andato. È strano, non c’è nessuno che all’epoca d’oro, in certi ambiti, si sia dato da fare come lui nel campo oscuro del denaro. È la prima volta che un presidente dello Ior viene cacciato dai Cardinali e dai suoi stessi uomini, stanchi di osservarlo sazio, divorato dall’ignavia. Gli uomini si abituano in fretta al massimo rendimento. Gotti aveva fatto molto. Non faceva più niente. E ha pagato. Non si scherza con lo Ior”.

Anche sul caso Orlandi il collega Lai un suo particolare pensiero: “Non l’ho mai seguita con passione. Mi è sempre parsa più cronaca che Teologia. Per capire il Vaticano e le sue sottotrame bisogna frequentarlo a lungo, interpretare i piccoli segnali. Stare attentissimi quando ti porgono al mano. È una liturgia finissima, quasi invisibile, che traccia la divergenza tra un gesto d’amicizia e uno di ostilità. Se te la danno leggermente curva pretendono che tu la baci, dritta invece rappresenta quasi un gesto di sfida”.

Su l’ultimo decennio dice: “Papa Wojtyla ha avuto il merito di aprire il mondo alla Chiesa, ma senza interessarsi della gestione del Vaticano e, apparentemente, di problemi finanziari. E non a caso sotto di lui c’è stato il caso Marcinkus, il vescovo presidente dello Ior coinvolto nel crack del vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Benedetto XVI, pur con stile diverso, si comporta allo stesso modo, dedicandosi prevalentemente alla teologia. Sulle finanze vigila il suo segretario di Stato Bertone, non ben visto dall’ala diplomatica vaticana. Ma – particolare poco noto – Ratzinger non si serve dello Ior per incamerare i diritti d’autore dei suoi libri – che incassano cifre pazzesche – , ma della Fondazione ad hoc da lui voluta con sede in Germania. Una scelta singolare che forse fa capire tante cose, anche il perché la tanto attesa trasparenza dei conti dello Ior, chiesta anche dallo stesso Ratzinger, sia ancora di là da venire”.

Franco Mariani


Autore: 

Franco Mariani, direttore di News Cattoliche, classe 1964, giornalista, ha cominciato ad occuparsi di giornalismo nel 1978, a 14 anni, l’anno dei tre Papi, scrivendo per alcuni settimanali cattolici, passando poi a quotidiani, televisioni, radio e web. E’ giornalista Vaticanista, critico cinematografico ed esperto dell’Alluvione di Firenze del 1966 e dello Zecchino d’Oro. Ha frequentato la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale di Firenze. In seno al Sindacato unitario dei giornalisti ha ricoperto vari incarichi regionali e nazionali. E’ direttore di varie testate e ha pubblicato diversi libri sulla storia del papato e di Firenze. E’ Cavaliere di Merito dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.

You must be logged in to post a comment Login