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67% ragazzi usciti da Case Famiglie

Edizione del: 16 giugno 2013

La Fondazione Opera Santa Rita che da 40 anni – è stata tra le pioniere in Italia – gestisce sul territorio pratese questo tipo di accoglienza in occasione di tale traguardo fa notare che “le Case Famiglia per minori a rischio sono un investimento di tipo sociale ma anche economico, evitano che molti adolescenti possano vivere ai margini”.

Era il 1972 quando, grazie alla intuizione di Roberto Faggi e Paola Pecci, allora Presidente e vice del Santa Rita, nacquero quelle che oggi si chiamano per legge Comunità Alloggio.

“Luoghi dove minori che per vari motivi non possono stare con i genitori vengono accolti e cresciuti da Educatori Professionali”, spiega Roberto Macrì, Presidente del Santa Rita.

Quello che iniziò come un progetto sperimentale, non solo si è consolidato, ma è diventato un prototipo portato a esempio a livello italiano.

“Spesso si considera l’inserimento in una Casa Famiglia come se fosse un’ultima spiaggia e solo nei casi più estremi quando si deve collocare un minore a rischio – spiega Paola Perazzo, Coordinatrice del Settore Pedagogico del Santa Rita –, in realtà questo tipo di accoglienza è uno strumento paritetico all’affido, anzi per alcune situazioni è l’unico intervento possibile”.

La Coordinatrice basa le sue affermazioni non solo sulla esperienza, ma anche sui dati emersi in una ricerca.

Proprio in occasione dell’anniversario, la Fondazione ha voluto compiere un’indagine per capire se questo strumento di intervento sociale è ancora utile e quali sono le sue prospettive.

“Abbiamo ricercato tutti coloro che negli ultimi 8 anni, da quando è entrata in vigore la nuova legislazione, sono usciti dalle nostre Case – dice Perazzo –, il risultato è molto confortante per il lavoro che svolgiamo quotidianamente”.

Il campione ha riguardato 40 ospiti che hanno vissuto nelle sette Case Famiglia del Santa Rita e poi ne sono usciti.

L’età dell’inserimento va dagli 11 ai 16 anni.

Di questi, 27 hanno avuto esito positivo, “con questo termine intendiamo che hanno raggiunto una buona autonomia personale – spiega Perazzo – sia in ambito lavorativo che abitativo, che sono in grado di costruire relazioni positive e non sono andati incontro a problemi di devianza”.

Il Santa Rita giudica questo numero come la conferma della positività dell’ambiente “Casa Famiglia”, “non a caso – aggiunge la Coordinatrice – coloro che hanno riscontrato un esito positivo una volta usciti sono quelli che hanno avuto una permanenza in Casa Famiglia più lunga, in media di circa sei anni contro i quattro di chi purtroppo, nonostante questa esperienza, è ancora soggetto a disagio o devianza”.

Attualmente risiedono nelle Case Famiglia pratesi, tre per minori adolescenti, due per maggiorenni dai 18 ai 21 anni e una per madri con bambini, circa 145 persone.

Molteplici i motivi di inserimento, che sono tipo sociale ma anche psichico, spesso non solo dei genitori ma anche degli stessi figli.

Il 30% degli ospiti infatti hanno problemi di tipo psichiatrico.

“Per questo ci avvaliamo oltre che del prezioso contributo dei Servizi Sociali del Comune anche del Reparto di Salute Mentale per l’Infanzia e l’Adolescenza dell’Asl di Prato”, sottolinea Macrì.

Ma non sono tutte rose e fiori, ci sono anche alcune problematiche, come quelle riguardanti i costi di gestione.

Le Case Famiglia sono sostenute grazie a una convenzione sottoscritta con il Comune di Prato.

“Ma come si può capire, gestire strutture con educatori presenti 24 ore su 24 comporta delle spese non indifferenti”, sostiene Roberto Macrì.

“Non nascondiamo di essere in difficoltà – aggiunge il Presidente – e chiediamo alle Istituzioni di esserci vicini e di metterci in condizione di poter mantenere inalterato e con questo livello qualitativo, il servizio delle Case Famiglia”.


Autore: 

Nicola Nuti, 35 anni, diplomato, è Capo Redattore di News Cattoliche. Dal 2008 è curatore del sito della Parrocchia San Francesco di Pisa. Ha collaborato con le testate on line Stamp Toscana e La Terrazza di Michelangelo.

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